La foresta di Sherwood


regalo perle di filosofia
Maggio 29, 2008, 11:51 am
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                                       Photobucket

Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma non ho ancora scritto le parole che avrei voluto; la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia.

E se fra voi c’è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va’ avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie aspira spasmodicamente alla luce, e all’azzardo, e alle risate. Regalateglieli.

Ci sono abbastanza parole per tutti noi.

                                                                              Charles Bukowski



la notizia, questa sconosciuta
Maggio 26, 2008, 6:49 pm
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Vi ricordate i vari discorsi su come sta cambiando il modo di fare giornalismo, come cambia la notizia stessa in funzione del mezzo, e l’importanza sempre maggiore dei contenuti multimediali?

PhotobucketBene, credo che la strada che ha intrapreso la Gazzetta dello Sport da un paio di settimane, sia un esempio chiarissimo per sintetizzare tutti questi concetti. Mai sentito parlare di “gazza & play”? Sfogliando il giornale cartaceo, si può notare che di fianco ad alcuni articoli, è presente uno strano scarabocchio, un disegnino a metà strada tra il codice a barre e una macchia di caffè rovesciato sul giornale.

Con un telefono “multimediale” (non come il mio da 49 euro, che quando non è in forma decide di sua spontanea volontà di non avvisarmi se arrivano telefonate o messaggi), basta inquadrare il disegnino al fianco dell’articolo che in pochi secondi vi arriveranno quelli che loro chiamano “gli approfondimenti“.

PhotobucketQuindi, il vecchio cartaceo vi porta dritti dritti a filmati, foto, animazioni riguardanti l’argomento trattato nell’articolo. Esempio: state leggendo un articolo sulla formula 1? Siete nel week-end del gran premio? La notizia su carta è bella, scritta bene e con un titolo intrigante. Ma come si fa a non vedere la forza comunicativa che gli altri mezzi si portano dietro? Dopo aver letto le vostre 5000 battute di pezzo con le dichiarazioni dei piloti, i commenti del giornalista e tutto quello che ci può stare in quello spazio, ecco che la “Gazza” ti offre direttamente sul telefonino le interviste al pilota, le foto delle premiazioni, il video del circuito a bordo della macchina del tuo pilota preferito e la top 10 dei momenti più belli del week-end.

Non so se siete d’accordo, ma a me questa nuova iniziativa della Gazzetta sembra assolutamente in linea con quello che si è detto a lezione. Non trovate che ci siano molti degli elementi trattati? 

- la parola che tende a diventare sempre meno importante
- la forza delle immagini
- il giornalista tradizionale che scompare
- la notizia stessa che scompare per lasciare spazio a tutto quello che è il contorno



Ricucci ha qualche problemino con la privacy
Maggio 21, 2008, 2:24 pm
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Photobucket

 

Un altro tema che abbiamo trattato nella lezione di lunedì è quello della privacy, e oggi ho trovato uno spunto interessante dal quale partire. Vi ricordate Ricucci? Ma si dai, il sosia ufficiale di Peter Griffin. O forse è il contrario.

Ma si dai, l’uomo passato alla storia come “il furbetto del quartierino”. Se vi dico “l’uomo che ha fatto innamorare per un quarto d’ora/venti minuti Anna Falchi” avete presente?

Sarà per la dirompente bellezza, sarà per l’innegabile fascino, sarà per la sterminata cultura…sarà quelPhotobucket che sarà, ma comunque il rubacuori ciociaro ha fatto colpo ancora una volta su una giovane showgirl decisamente molto carina. E quando subentra il discorso della privacy direte voi? Bè, dopo le telefonate intercettate e finite su tutti i giornali, dopo gli sms scambiati con la prima moglie finiti su tutte le riviste, viene da pensare che quest’uomo abbia qualche problemino per quanto riguarda la privacy. Anche se questa volta non è coinvolto in prima persona.

L’immobiliarista più richiesto d’Italia annuncia le sue nozze con la giovane modella paraguaiana e cosa spunta in rete dopo 25 secondi netti? Ma ovvio, un video porno girato chissà quanti anni prima, che vede conivolta in prima persona la promessa sposa, alle prese con le attenzioni di un uomo sconosciuto. La fonte è niente meno che Repubblica.  Se siete curiosi di scoprire il lato A e anche quello B della prossima signora Griffin, lo trovate qui

Cosa c’è di meglio di questo esempio per mostrare come la rete sia impietosa e anche irrispettosa in un certo senso per quanto riguarda la nostra privacy? Come abbiamo già osservato, limitazioni e censure male si adattano a questo mondo dove tutto può comparire, magari anche solo per 10 minuti, e finire in tutte le case del mondo.

Regole chiare non esistono, e quindi si dovrebbe fare affidamento esclusivamente o sulla sensibilità dei “divulgatori” o sulle regole tradizionali, studiate per evitare le discriminazioni. Ma come può bastare tutto questo in un mondo in connessione continua e sempre e comunque in rete? Le regole tradizionali che, se rispettate, per giornali e televisioni possono andare benissimo, qui tendono a perdere significato.

Se oggi a pranzo Studio Aperto (e non faccio un nome a caso) avesse trasmesso il video come una loro esclusiva, probabilmente ne avrebbe dovuto rispondere immagino. Ma la povera ragazza ora cosa può fare? Probabilmente tra quattro ore il video sarà scomparso e il server paraguaiano sarà irrintracciabile. Con chi se la potrà prendere la allegra sposina?

Morale del post: Se volete diventare famosi, state attenti agli amichetti che vi dicono “No tranquilla la telecamera è spenta”, oppure “Poi lo cancello”.

Domanda dell’anno: Ma secondo voi le donne cosa ci trovano in Ricucci?



copyright and copyleft
Maggio 20, 2008, 3:30 pm
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Il diritto d’autore, dice la legge, nasce nel momento stesso nel quale un autore crea una qualsiasi opera originale, che sia essa musicale, letteraria o artistica in generale. L’autore di una qualsiasi creazione artistica ha quindi il diritto e la possibilità di sfruttare e diffondere la sua opera come meglio ritiene opportuno.

Con l’avvento di internet e del web il discorso è diventato ovviamente molto più complicato. Basti pensare che la legge italiana in materia ad esempio, è datata 1941. Il mondo del web, immenso raccoglitore di parole, muscia, video e quant’altro, male si adatta a restrizioni e vincoli. Come si è già detto anche a lezione, il concetto stesso del web si basa su una sorta di ideale democratico e libero.

Questa sorta di democrazia generale e obbligatoria si fonda sull’idea che tutto quello che si trova in rete possa essere utilizzato, se non è indicato diversamente. Al vecchio e rigido copyright, la rete ha opposto il copyleft, ovvero un modello completamente nuovo di intendere i lavori e le idee.

PhotobucketCome sintetizza perfettamente Wikipedia, la pratica comune per raggiungere lo scopo di imporre la libertà di copia e distribuzione di una creazione o di un lavoro, compresi tutti i suoi derivati, è quella di distribuirlo con una licenza. Una licenza di questo tipo garantisce a chiunque possegga una copia di un lavoro le stesse libertà del suo autore, incluse le quattro libertà basilari indicate da Stallman:

1 la libertà di usare a propria discrezione e di studiare quanto ottenuto
2 la libertà di copiare e condividere con altri
3 la libertà di modificare
4 la libertà di ridistribuire i cambiamenti e i lavori derivati

Queste libertà, in ogni caso, non assicurano che un lavoro derivato sarà distribuito sotto le stesse condizioni illimitate; per far sì che il lavoro sia sotto licenza copyleft occorre che la licenza si assicuri che il possessore della copia derivata la possa distribuire solo con lo stesso tipo di licenza. Un modo di ragionare quindi che va contro ogni forma di servizio a pagamento, in favore di una organizzazione libera, gratuita e fondata sull’open source, nella quale ognuno può contribuire per migliorare il prodotto iniziale.

PhotobucketUna via di mezzo tra il diritto d’autore e la condivisione delle opere creative è rappresentata da una organizzazione non-profit nata nel 2001 negli Stati Uniti, ovvero Creative Commons. Chi rilascia le proprie opere sulla rete può infatti, attraverso queste licenze, dichiarare agli utenti quali diritti sono concessi e quali sono conservati su una determinata opera. Dal famoso “All right reserved”, si è passati dunque al “some right reserved”.

Questo template non mi fa postare i video, quindi vi lascio qui il link di un video molto chiaro ed esemplificativo per capire cosa sono le licenze Creative Commons.



E chi sarebbe ’sto Travaglio?
Maggio 16, 2008, 11:05 am
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Sgarbi: Anche in America crollano aziende su cui persone hanno investito
Santoro: In America sono puniti per questi reati
Sgarbi: E anche in Italia
Travaglio: Si, la pena massima è la presidenza del Consiglio

Mi fate un piacere? Chi legge il post, alla fine, non è che può lasciare un commento dicendo se il mio discorso ha, secondo voi, un senso? grazie in anticipo.
travaglio
Tranquilli non è un post pro Travaglio o contro Travaglio. Anzi si parla di valore della notizia. Per chi non lo sapesse, Travaglio oggi presenta il suo ultimo libro a Parma, alle 18,30, all’interno del Parco Ducale, alle Serre Petitot. Quanto vale, a livello locale intendo, questa notizia?

Io, nella mia beata ingenuità, pensavo che un incontro con uno dei giornalisti più importanti del panorama nazionale (e che piaccia o no, Travaglio è una delle voci più seguite ed autorevoli) nella nostra città, si meritasse un minimo di spazio nell’informazione locale. A quanto pare mi sbagliavo. Il nuovo fiammante sito de “La gazzetta di Parma” vi rivela il nuovo metodo per combattere la cellulite in home page, ma di Travaglio nessuna notizia. Anche usando il motore di ricerca all’interno del sito non si trova niente.

Va bè mi dico, sarà un caso. Insisto. Repubblica.it ha aperto la sua sezione dedicata alla nostra città da poco tempo, si parlerà di Travaglio? In home page no, ma la cosa curiosa è che non c’è nemmeno nell’agenda giorno per giorno. Va bè, ammetto la  mia ignoranza, ma qualcuno sa chi è Giangilberto Monti? Perchè è segnalato un suo concerto di musica leggera. Mah. Inizio a essere perplesso. Ma non demordo.

Il sito ‘Eventi Parma’ di solito segnala ogni cosa degna di nota sul territorio. Mostre, film, rassegne e soprattutto incontri. Ovviamente anche qui in home page nulla, e la cosa interessante è che anche qui in agenda non c’è traccia dell’incontro con il giornalista. Però vuoi mettere, adesso so che c’è una mostra di quattordicenni sul patentino per la sicurezza.

Sulla stessa linea sono anche il sito del Comune, e quello della Provincia e anche un giornale cartaceo come L’Informazione. L’unico che ne parla è Parma Daily, anche se solo tra gli eventi del giorno e con poche righe. In home page ovviamente merita di stare la ‘Giornata nazionale delle Allergie’.

Capito no quello che voglio dire? Sono solo io che trova strano che ci sia più visibilità per la presentazione del libro “Il Po e la sua gente. Burle sull’acqua che sburla”, rispetto a quello di un giornalista che, in questi giorni in particolare, è al centro dell’attenzione nazionale?

Burle sull’acqua che sburla…mi chiedo se ci sarà più gente lì o da Travaglio.

Che poi se arriva Sgarbi ovviamente c’è la mobilitazione generale di tv, stampa e tutto il resto. Voi che ne pensate?



Forum Pa e democrazia
Maggio 14, 2008, 9:44 am
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Audio del post: Giorgio Gaber - La democraziaforum PA

Good morning Parma! Nonostante la professoressa Cavalli avesse consigliato di andare all’incontro in università, ho pensato che fosse più utile infilarmi e curiosare dentro al sito Forum PA, cercando qualche argomento interessante da sviluppare. Un tema che conoscevo poco e che credo possa interessare un po’ tutti, è quello dell’e-democracy.

Quando si parla di e-democracy si intende l’ultilizzo delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) all’interno dei processi democratici. Un progetto e un’idea pittuosto recente che riguarda da vicino tutte le pubbliche amministrazioni che si impegnano a coinvolgere il maggior numero di cittadini nei processi decisionali.

In questi ultimi tempi si è spesso parlato della lontananza della classe politica dai cittadini e quindi della incapacità di capire i problemi reali del Paese. L’e-democracy mi sembra un tema attuale ed interessante, proprio perchè si propone di diminuire la distanza tra cittadini e governanti, includendo i primi attivamente nelle decisioni che li riguardano. Un discorso che passa inevitabilmente dal mondo della rete e delle tecnologie digitali. Fino ad ora, il cittadino era chiamato a votare ogni x anni, per partiti che li persuadevano tramite la televisione. Con l’arrivo e lo sviluppo di internet le cose possono e stanno cambiando.

PhotobucketLe possibilità che offre la rete infatti, aprono il campo a tutta una serie di processi che possono favorire la partecipazione diretta del cittadino. Una maggiore e plurale informazione, una maggiore partecipazione, e la possibilità di partecipare e interagire, sono caratteristiche che rendono il web uno strumento democratico per natura. Come ci sono le possibilità, così anche i problemi. Quello della scarsa informatizzazione del Paese è il primo problema da superare. Se più della metà della popolazione non usa la rete, ogni progetto di democrazia partecipativa diventa irrealizzabile. E anche chi utilizza la rete, non sempre ha il tempo necessario per dedicarsi alla e-democracy. Inoltre, se è vero che la rete fornisce a tutti la possibilità di entrare, bisogna lavorare sui cittadini affinchè decidano di varcare la soglia.

Ma le potenzialità di un sistema ben costruito e studiato, potrebbero davvero aprire scenari intriganti e conivolgenti per ogni “cittadino” che voglia meritarsi questo nome. I primi passi da fare per le pubbliche amministrazioni possono essere questi:

- La costruzione di siti che diano la possibilità ai cittadini di fornire informazioni e non solatanto di esserne passivi fruitori, anche attraverso il content management e strumenti come mailing list.

- L’attivazione di forum, blog e chat che possano creare quel concetto di rete e quindi di discussione e partecipazione ad un dibattito su idee e proposte.

- Sturmenti che cerchino di capire il reale consenso dei cittadini su alcuni temi e proposte.

Al Forum Pa, domani dalle 10 alle 13 si affronterà questo argomento, e il prodotto finale della mattinata sarà un “manifesto dell’e-democracy” che potrebbe significare un ulteriore passo in avanti per sviluppare questo discorso che potrebbe ben presto coinvolgere noi tutti come cittadini, e, dato che dovremo bene o male inventarci il nosto lavoro, potrebbe rappresentare anche una possibilità lavorativa.



Le ragioni dello struzzo
Maggio 12, 2008, 2:57 pm
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                                     Montanelli

Quando il professore ci ha guardato negli occhi e ha affermato con grande tranquillità che ”Il giornalista tradizionale è morto“, si è avvertito un piccolo sussulto nell’aula. Qualcuno ha scosso la testa, qualcun altro avrà pensato che quella era una tesi eccessivamente catastrofica, mentre qualcun’altro magari avrà pensato: ”ma perché devo essere sempre l’ultimo a sapere le cose?”. A parte gli scherzi, il discorso non è semplice, ma un paio di cose vale la pena di dirle.

Tutti noi sognamo di essere mandati a Parigi, come Hemingway, a scrivere pezzi da mandare al nostro giornale, mentre scriviamo meravigliosi libri che ci faranno vincere il Nobel per la leteratura, ubriacandoci una sera si e l’altra pure. E così improvvisamente, questa mattina, le parole del professore ci prospettano al massimo un futuro di “copia-incollisti” (pedonate l’orrendo neologismo) di professione. Posso capire che il passaggio di scenari sia brusco. Dai gradini di Montmartre, ad un buco di redazione a rovinarci la vista davanti ad uno schermo. Reazione e sdegno da parte della platea sognante.Hemingway a Parigi

Ma, partendo dal presupposto che il professor Alfonso non è un terrorista, credo sia utile cercare di capire il senso profondo delle sue parole, anche perchè infilare la testa sotto terra non serve poi a molto. Forse siamo ancora troppo abituati a vedere il giornale cartaceo come un totem intoccabile, il luogo sacro dove si genera il senso. Come cambia tutto questo se l’esigenza primaria diventa la velocità? Ecco, questa è una bella domanda, principalmente perchè nessuno può dare risposte certe.

Sarà il mercato probabilmente a imporre il linguaggio, e questo comprensibilmente, a molti può fare paura. Ma come, e la qualità dove la mettiamo? L’impegno e l’accuratezza non serivranno più a nulla quindi? Non c’è futuro per chi sa scrivere bene?

No, non credo fosse questo il messaggio della lezione. Anzi, in quelle parole c’era quasi un invito all’ottimismo. La mia idea è quella che di spazi per dimostrare il nostro valore ce ne possano essere ancora in fututo, ma dobbiamo certamente andare a cercarceli e conquistarceli con difficoltà. L’atteggiamento deve essere quello di chi ha di fronte una sfida, e non certo un’apocalisse. Credo che in questo discorso ci sia inevitabilmente anche una sorta di reazione che viene dalla ”nostalgia” per quelle foto in bianco e nero.

Anche in voi si nasconde, anche solo in piccola parte, uno “struzzo nostalgico” vero?



Parlare male di Bondi ministro, è comunicazione sociale?
Maggio 8, 2008, 9:02 pm
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Ero indeciso, lo ammetto. Da una parte c’era un irrefrenabile desiderio di spendere un paio di paroline su quelli che saranno i nostri nuovi ministri rispettivamente dei Beni Culturali e delle Pari opportunità, ovvero Sandro Bondi e Mara Carfagna.

mara carfagnaPerchè due paroline in effetti le meriterebbero. Ma poi mi sono reso conto che tutto questo faceva molto sinistra extra-parlamentare delusa e rimuginante quindi forse è meglio parlare di comunicazione sociale, un argomento del quale avevamo accennato a lezione e che forse potrebbe aiutarmi a chiarire se parlare in maniera critica del fatto che Bondi sia diventato ministro dei Beni Culturali, possa essere considerato un esempio di comunicazione sociale. Ma andiamo per gradi.

Cosa intendiamo per comunicazione sociale? Sotto questa etichetta possiamo inserire tutti quei modi di comunicare che si propongono di fare conoscere certe realtà e certe situazioni verso le quali si ritiene necessario sensibilizzare l’opinione pubblica, senza avere nessun fine di tipo commerciale e di profitto. Questo tipo di comunicazione quindi si propone in molti casi di creare un dibattito verso alcune tematiche sociali e civili, portando a conoscenza del maggior numero di persone il problema in questione, vedendo nella mobilitazione sociale e civile, un modo per risolverlo. 

Il punto centrale di questo tipo di comunicazione è quindi quello di creare il consenso. Le campagne sociali infatti sono un modo per informare, sensibilizzare, ed aggregare. Che si occupino della questione di un ostaggio da liberare, come nel caso di Ingrid Betancourt, o che cerchino di fermare la pena di morte nel mondo, questi tipi di comunicazione hanno caratteristiche e modalità riconoscibili.

Inernet ad esempio diventa per questo tipo di messaggi che si vogliono veicolare, uno strumento importantissimo, spesso la base dalla quale i movimenti partono e si sviluppano. Il web infatti ha il grande vantaggio di costare poco e di poter raggiungere praticamente tutti, dappetutto, siventando in molti casi il principale mezzo di comunicazione. Cosa c’è di meglio quindi per creare il consenso?

A differenza della comunicazione d’impresa, qui la parola torna ad avere il suo peso e la sua  importanza. Scrivere molto e scrivere bene in questi casi diventa quindi essenziale, e anche l’aspetto e la costruzione dei siti ovviamente ne risentono. Immagini e video sono usati con parsimonia, affinché non distolgano l’attenzione dal messaggio. Avendo come obiettivo principale quello di creare una discussione e di portare attenzione sul caso, questi siti spesso hanno una grande capacità di interazione con il visitatore. Ci sono forum, infomazioni per come aiutare concretamente la loro iniziativa, petizioni da firmare, la possibilità di iscriversi e tante altre cose.

Ora. Domanda semi-seria per voi. Se io volessi sensibilizzarvi, con i miei post, sul fatto che avere Sandro Bondi e Mara Carfagna ministri sia una vergogna per un Paese civile, farei comunicazione sociale oppure no?Bondi

Per chi non lo sapesse, il punto più rilevante della carriera politica di Sandro Bondi sino a ieri, era stato l’incarico di pubblicare “Una storia italiana“, la biografia, o forse sarebbe più correto dire agiografia, del suo datore di lavoro, ovvero Silvio Berlusoni, alla vigilia delle elezioni del 2001. Dopo aver inviato a milioni di italiani il prezioso libricino rilegato (a spese rigorosamente nostre), il buon Sandro si è dato alla poesia.

Tra le sue liriche più riuscite ricordo l’originale “A Silvio” di leopardiana memoria; e come dimenticare quella dedicata a Giuliano Ferrara, definito “Antro d’amore“; ma anche quella scritta per la madre di Berlusconi, chiamata con grande umiltà “Madre di Dio“. Se volete leggere qualche componimento intero, lo trovate qui. Se ne consiglia un uso moderato, previa consultazione del vostro medico di fiducia. Potrebbero provocare ilarità irrefrenabile, ma in seguito anche grave depressione che può subentrare non appena si ricorda l’incarico istituzionale che quest’uomo ricopre.



Dove vola Michael Jordan?
Maggio 6, 2008, 3:37 pm
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Quale è stato il vostro primo pensiero quando il professor Alfonso ci ha detto di studiare l’organizzazione e la comunicazione di un sito di qualche grande multinazionale? Non so voi, ma appena ho sentito quelle parole, il mio primo e unico pensiero è stato questo: NIKE.Photobucket
Lo ammetto! Io ero uno di quei bambinetti che andava fiero del suo cappello nel quale era raffigurato Michael Jordan mentre volava a gambe aperte, con un pallone da basket in mano, verso il nulla. Che fosse un ipotetico canestro o il cielo non aveva molta importanza per noi, giovani sbarbati della provincia milanese.

Poi c’erano quegli slogan in inglese che non sempre capivamo, ma che ci lasciavano comunque la certezza che volessero dire qualcosa di maledettamente giusto e condivisibile. Certo, crescendo poi abbiamo scoperto che quel “JUST DO IT“, era anche lo stesso slogan che regolava il rapporto di lavoro che vigeva nelle loro fabbriche in Indonesia e Vietnam, ma la forza del loro marchio ha saputo far fronte anche a quello scandalo e il fatturato dell’azienda non accenna a diminuire.

Capire come funziona la loro macchina comunicativa significa quindi capire le regole base della Comunicazione d’impresa. Anche perchè a differenza di altre realtà, quasi tutti i grandi brand utilizzano lo stesso format e le stesse caratteristiche per comunicare sul web. Della gigantesca campagna pubblicitaria con la quale la Nike ci investe ogni giorno tramite i media tradizionali sappiamo più o meno tutto e non è questo il luogo per approfondire l’argomento.

La grande differenza che troviamo nel web consiste ancora una volta in una parola e in un concetto elementare: interattività. I milioni di dollari che ogni anno la Nike investe per la pubblicità che vediamo in televisione o sui cartelloni con il volto del nostro atleta preferito sono soldi ben spesi intendiamoci. Ma per quanto gli slogan siano accattivanti, per quanto lo sportivo di turno sia conosciuto, internet spalanca ad ogni persona immense possibilità.

Entrare sul sito della Nike significa entrare in una giostra vorticosa di immagini, colori, musica, parole e filmati, nella quale tutto gira e niente rimane fermo, con buona pace dei criteri di accessibilità e di usabilità. Il sito diventa quasi un gioco divertente e senza impegni nel quale ci invitano a tuffarci senza pensieri. Parte un video, poi un altro. C’è una ragazza che parla, poi una che corre, la musica che fa da sottofondo.

Poi improvvisamente ne parte una che urla e corre come una pazza, invasata e assetata di sangue. Evitato l’attacco epilettico per un soffio schiacciando sul minuscolo tastino che disattiva l’audio, capisco solo adesso sino in fondo il problema dell’accessibilità. Ma come abbiamo già detto, questo è un altro tipo di territorio, una zona franca dove valgone regole diverse.

Un altra cosa che possiamo notare è la quasi assenza di parole. Il sito offre la possibilità di accedere ad esso con la lingua che preferiamo, ma poi, in home page le parole saranno circa una decina in tutto. Ora capisco perfettamente anche cosa intendeva il professore quando affermava che intenret in questi casi “UCCIDE LA PAROLA“.

Questi grandi brand non vogliono dirci niente a parole, ma il principale scopo di questi siti è solamente quello di suggerirci percorsi quasi obbligati dai quali possiamo entrare in sequenza con altri percorsi e altre cose. Avremo quindi mille possibilità diverse ma tutte ricollegabili al brand ed al prodotto.

Navigando possiamo sapere quale completino preferisce indossare Maria Sharapova, o quali scarpe ci consiglia di comprare Ronaldinho per calciare le punzioni come lui. Possiamo scoprire quali contest organizza la Nike nella nostra città e qual’è l’ultimo modello uscito di una scarpa che abbiamo comprato l’anno scorso.

Il sito è organizzato in modo tale da suggerirci quali percorsi compiere a seconda di chi siamo noi. Quali sport fai? Sei un uomo o una donna? Cerchi qualcosa per andare a giocare a golf, oppure vesti semplicemente sportivo? Ad ogni necessità corrisponde un percorso. E tutto si svolge in un continuo movimento di immagini, audio e colori.

Interattività significa anche avere a nostra disposizione un sito che ci permette di scegliere tra milioni di scarpe, con la possibilità di incrociare a nostro piacimento colori, materiali e soprattutto scritte. Un giorno ho conosciuto un tale che si era fatto scrivere il suo nome su un lato della sua nike nuova fiammante perchè “se me la rubano in palestra, poi posso riconoscerle ovnque”. Ora si potrebbe discutere sulla sanità mentale dell’individuo in questione, ma il punto è un altro. La signorina Nike ti offre con qualche click un milione di possibilità. Ti offre di vedere il video che poi potrai poi mandare ad un’amico, ti offre una risata facile se osservi la sua pubblicità, ti offre informazioni su ogni cosa e ti propone di interagire in mille modi diversi.
nike speed
Le possibilità sembrano davvero infinite. Facciamo un esempio. Vi piace correre? Pigroni, vi autorizzo a mentire. Ecco servito in home page un link che vi proietta in un mondo dedicato solamente a quello. Ci sono come al solito le ultime novità per quanto riguarda i prodotti, di solito ben evidenti in primo piano, ma anche qui, a livello di interattività, le possibilità davvero non mancano.

Possiamo scegliere di entrare in una community di runner che da ogni parte del mondo si scambia saluti e informazioni sull’ultimo integratore che hanno usato. Possiamo avere una cartina del mondo nella quale inserire il nome della nostra città, e in dieci secondi avremo decine di scelte e suggerimenti riguardo a percorsi ideali per chi vuole correre ma non sa dove andare; puoi fare un pubblico fioretto nel quale prometti di correre almeno 60 km nel 2008, impegnandoti a rispettarlo promettendo di non mangiare più torta al cioccolato nel 2009 in caso di fallimento con il tuo contapassi targato ovviamente Nike che ti permette di tenere aggiornato sul web i km fatti giorno per giorno.

Insomma nessuno poi verrà a controllare se ci lasciamo andare ad una bella fetta di saker, ma è il concetto stesso di interattività e di possibilità di inserire questo in una sequenza più ampia il punto base del discorso. E la Nike, che ci piaccia o no, questo lo sa fare veramente bene.

Concludeno, Nike.com è un esempio perfetto di come tutti i grandi brand si comportino in maniera sostanzialmente identica. Ho visitato anche qualche altro sito, dal monumentale Mc Donald’s sono passato al sito della Disney e molti altri ancora, ma il discorso è sempre lo stesso. Grande fantasia, grande grafica, ultimi prodotti in vetrina, un menù semplice e poche parole. Parole che però possono valere milioni di dollari, perchè anche ad esse è legato il concetto di fiducia e attrazione che lega il cliente e lo invoglia a rimanere attaccato a quel mondo. Saper mediare tra le poche parole e i molti strumenti di interattività quindi risulta fondamentale per ogni brand che voglia sfruttare al massimo tutto il potenziale del suo marchio.



Istituzionali o pubblici?
Maggio 3, 2008, 3:04 pm
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Nell’ultima lezione, si è parlato di due aspetti e di due modi diversi di fare comunicazione. Abbiamo infatti parlato di Comunicazione istituzionale e di Comunicazione pubblica, cercando di capire quali sono le principali differenze e caratteristiche che le contraddistinguono. Anche in questo caso però abbiamo dovuto fare i conti con una realtà contrastante e assolutamente non omogenea, nonostante ci sia una legge del 2000, la legge 150, che ha cercato di fare chiarezza in questo campo.

La comunicazione istituzionale, molto semplicemente, è delegata a comunicare tutto quello che riguarda appunto una qualsiasi istituzione, dai Carabinieri ad una Provincia. Deve essere quindi un modo di comunicare stabile e rigoroso, freddo e preciso, per certi versi didascalico. Comunicare in maniera istituzionale significa infatti avere come obiettivo quello di mettere a disposizione e far conoscere ogni atto, decisione e fatto che concerne una determinata istituzione.

Di conseguenza, anche il linguaggio di questo tipo di comunicazione dovrebbe essere immutabile, non soggetto al cambiamento, fedele ad una linea ben precisa e chiara. In questa direzione si sono mossi anche Michele Cortellazzo e Federica Pellegrino che nel 2002 hanno cercato di sintetizzare in 30 semplici regole, i punti cardine per scrivere testi istituzionali chiari e accessibili.

Quando parliamo di comunicazione pubblica invece, dovremmo fare riferimento a qualcosa di profondamente diverso. Tutto quello che può essere di interesse per tutti i cittadini (un progetto, un’idea), va ricollegato invece a questo diverso modo di fare comunicazione. Il linguaggio della comunicazione pubblica può e deve sganciarsi dalla rigidità e dalla obbligatoria precisione imposta dalla comunicazione istituzionale, per rappresentare qualcosa di caldo e partecipativo. Inoltre deve poter essere ampliata con altri strumenti proprio perchè il suo stesso fine è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di persone.

Da questa prima analisi, risulta chiaro che i due stili di comunicazione non dovrebbero ovviamente essere messi sullo stesso piano, ma come già anticipato, spesso la pratica contraddice la teoria, e in molti casi ci troviamo di fronte a pasticci comunicativi, maldestri assemblaggi che finiscono per risultare confusi e caotici. Ma anche in questo campo, dei tentativi di fare chiarezza ci sono.

Il portale del governo italiano è invece un chiaro esempio di come i due diversi aspetti della comunicazione possano e debbano rimanere chiaramente opposti e ben distinti. Il sito governo.it infatti si occupa esclusivamente di comunicazione istituzionale.
Il suo principale compito è quello di fornire dati e notizie, in maniera oggettiva e imparziale, senza lacune o mancanze. La chiarezza e la completezza sono carattetistiche fondamentali in questo tipo di comunicazione, mentre l’interattività risulta volontariamente assente.

Ma nella parte superiore destra del portale, risulta molto evidente il collegamento a “governo informa”, che come dice la didascalia, si occupa di comunicazione e dialogo con i cittadini. Questo è lo spazio per la comunicazione pubblica, e la separazione e la diversità risultano molto evidenti. Qui infatti troviamo tutti quegli strumenti (sondaggi, elementi multimediali, faq, informazioni utili, glossario) che rendono il sito interattivo, cercando di favorire in ogni modo la partecipazione attiva di chi arriva in queste pagine. Cercare nella rete esempi negativi non è difficile. Il comune di Bologna e la regione Piemonte infatti sono solo due delle tante istituzioni che tendono a mischiare i due modi di fare comunicazione.

Biasimarli risulta semplice per tutti noi, ma credo che questa confusione comunicativa sia solamente il frutto dell’arretratezza informatica del nostro Paese, e fino a che le cose non cambieranno sotto questo aspetto, il buon esempio del portale del Governo rimarrà un modello solitario.

Adeguarsi significa lavorare, investire e faticare in un campo ancora troppo poco battuto e spesso sottovalutato.