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Quando il professore ci ha guardato negli occhi e ha affermato con grande tranquillità che ”Il giornalista tradizionale è morto“, si è avvertito un piccolo sussulto nell’aula. Qualcuno ha scosso la testa, qualcun altro avrà pensato che quella era una tesi eccessivamente catastrofica, mentre qualcun’altro magari avrà pensato: ”ma perché devo essere sempre l’ultimo a sapere le cose?”. A parte gli scherzi, il discorso non è semplice, ma un paio di cose vale la pena di dirle.
Tutti noi sognamo di essere mandati a Parigi, come Hemingway, a scrivere pezzi da mandare al nostro giornale, mentre scriviamo meravigliosi libri che ci faranno vincere il Nobel per la leteratura, ubriacandoci una sera si e l’altra pure. E così improvvisamente, questa mattina, le parole del professore ci prospettano al massimo un futuro di “copia-incollisti” (pedonate l’orrendo neologismo) di professione. Posso capire che il passaggio di scenari sia brusco. Dai gradini di Montmartre, ad un buco di redazione a rovinarci la vista davanti ad uno schermo. Reazione e sdegno da parte della platea sognante.
Ma, partendo dal presupposto che il professor Alfonso non è un terrorista, credo sia utile cercare di capire il senso profondo delle sue parole, anche perchè infilare la testa sotto terra non serve poi a molto. Forse siamo ancora troppo abituati a vedere il giornale cartaceo come un totem intoccabile, il luogo sacro dove si genera il senso. Come cambia tutto questo se l’esigenza primaria diventa la velocità? Ecco, questa è una bella domanda, principalmente perchè nessuno può dare risposte certe.
Sarà il mercato probabilmente a imporre il linguaggio, e questo comprensibilmente, a molti può fare paura. Ma come, e la qualità dove la mettiamo? L’impegno e l’accuratezza non serivranno più a nulla quindi? Non c’è futuro per chi sa scrivere bene?
No, non credo fosse questo il messaggio della lezione. Anzi, in quelle parole c’era quasi un invito all’ottimismo. La mia idea è quella che di spazi per dimostrare il nostro valore ce ne possano essere ancora in fututo, ma dobbiamo certamente andare a cercarceli e conquistarceli con difficoltà. L’atteggiamento deve essere quello di chi ha di fronte una sfida, e non certo un’apocalisse. Credo che in questo discorso ci sia inevitabilmente anche una sorta di reazione che viene dalla ”nostalgia” per quelle foto in bianco e nero.
Anche in voi si nasconde, anche solo in piccola parte, uno “struzzo nostalgico” vero?
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Sì concordo, è certamente una sfida, l’ennesima per noi aspiranti giornalisti e non ci faremo certo indietro. Tuttavia, nel percorso che seguirò per crearmi una nicchia, spero di ritrovare ancora la possibilità di raccontare coi miei occhi il senso profondo delle cose…Magari gli strumenti linguistici cambieranno, forse anche gli obiettivi di mercato, ma nulla distoglierà l’uomo dalla ricerca della verità..giusto?
Commento di Ales Maggio 13, 2008 @ 6:03 pm