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Dovevano essere più o meno le due, due e mezza di notte. Non riuscivo a chiudere occhio e ad un certo punto mi è venuta in mente Alba Parietti. Che detta così sembra che avessi deciso di ingannare l’attesa con la mia mano destra. In realtà avevo visto su blob, o da qualche altra parte, uno spezzone credo del Festival, nel quale la marionetta di silicone sbraitava dietro a quel ragazzo del quale non ricordo nè il nome nè il titolo della canzone (per capirci quello che cantava “prima di sparare pensa).
La rigonfia mignotta dall’alto del suo tacco 11 diceva al ragazzetto che si doveva svegliare, e che non doveva credere che fare un testo di quel tipo per una canzone avesse senso, perchè le canzoni non servono a niente, e che le canzoni non cambiano il mondo. Breve racconto per spiegare come la penso a riguardo. Per chi vuol leggere consiglio di farlo con la musica in sottofondo…Click ‘play’ and ‘read’.
Era una domenica mattina di pieno sole e una canzone mi cambiò la vita. Dovevano essere più o meno le dieci, dieci e mezza ed io avevo 16 anni appena. Era appena iniziata quella fase che dura ancora adesso, nella quale correvo dietro ad ogni idea e ad ogni parola che sentivo. Sottolineavo frasi di libri e mi riempivo la testa di musica, poesie e persone che raccontavano storie. Portavo allegramente la mia confusione a braccetto per strada e la sera sapevo per certo di non essere la stessa persona che si era svegliata la mattina.
Quella mattina di fianco allo stereo c’era un disco, “La buona novella“, di Fabrizio De Andrè. Lo misi su così, giusto per riempire la stanza di qualche nota sconosciuta. Nel frattempo dalla finestra la gente camminava tranquilla, chi faceva un giretto col cane, chi si avvicinava alla chiesa che c’era in fondo alla strada per andare a prendersi in bocca la parola del Signore.
E poi c’era questa voce calda, che ti prendeva e ti portava nelle strade e nelle botteghe polverose, raccontandoti le storie dei Vangeli apocrifi. Era una voce scaldata da troppi bicchieri di whiskey, e sopra la quale c’era attaccato un leggero fumo di sigaretta e purezza infinita.
Mentre per strada la mamma correva, trascinandosi dietro il figlio per non arrivare in ritardo a messa, io me ne stavo lì ad ascoltare “Il testamento di Tito” ed è stato come aprire gli occhi. Era una storia diversa da quella imparata a catechismo. C’erano i dieci comandamenti presi e rivoltati. C’era un uomo su una croce che moriva. C’era pietà e miseria.
E vedere le cose con quegli occhi era come ascoltare tutto quello che non ti avevano raccontato. C’era tutta l’idiozia dei dogmi della Chiesa messa in mostra e confutata in nome di pietà, perdono, amore. Era relativismo, forse ateismo. Non c’era più nessun figlio di Dio da venerare in silenzio.
” Lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono “
C’era da aprire gli occhi sul finto perbenismo, sulla stupidità di ogni forma di potere, sulla limitatezza di un certo modo di pensare, borghese e limitato. Io da quella mattina credo di aver cominciato a pensare in modo diverso. Anche perchè dopo quel disco cominciai ad ascoltare anche tutti gli altri. C’era da scoprire Edgar Lee Masters e la sua antologia. C’era la storia di un impiegato. C’erano i suoni di Creuza. C’erano le anime salve. C’era la disperazione di chi muore a stento.
Quella mattina la mia testa iniziò a pensare di poter viaggiare “in direzione ostinata e contraria“. E l’importanza delle canzoni, dei libri o delle persone credo che stia tutta in quel secondo verso di questa canzone.. “spesso mi ha fatto pensare“.. quella voce mi prendeva la testa e il midollo e mi faceva pensare. Non è così che si cambia il mondo?
